Per molto tempo il backup è stato considerato una misura tecnica quasi “di routine”: una copia dei dati da utilizzare in caso di necessità.
Oggi il suo ruolo è molto più strategico.
La continuità operativa delle aziende dipende sempre di più dalla disponibilità del dato. E quando un’infrastruttura si ferma — per un problema tecnico, un errore umano o un attacco ransomware — il backup rappresenta spesso l’unico elemento in grado di garantire un ripristino rapido delle attività. Il problema, però, è che non tutti i backup sono realmente pronti a sostenere questo ruolo.
Il vero tema non è avere copie, ma poterle ripristinare
Molte aziende eseguono backup regolarmente. Tuttavia, quando si analizzano infrastrutture e procedure operative, emergono spesso criticità importanti.
Capita frequentemente di trovare:
In condizioni normali queste criticità possono restare invisibili. Ma quando si verifica un problema reale, il rischio è scoprire troppo tardi che il backup non è utilizzabile nei tempi richiesti dal business. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra “avere un backup” e avere una strategia realmente resiliente.
Quando anche il backup diventa vulnerabile
Gli scenari moderni hanno cambiato profondamente il modo in cui le aziende devono pensare alla protezione del dato.
Oggi non basta più creare copie periodiche: è necessario garantire che queste copie restino:
Questo vale soprattutto nei contesti ransomware, dove sempre più spesso vengono colpite anche le infrastrutture di backup.
Per questo motivo stanno assumendo sempre maggiore importanza concetti come:
L’obiettivo non è solo proteggere il backup, ma garantire la continuità operativa anche in scenari critici.
Resilienza significa eliminare i single point of failure
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda l’architettura stessa dello storage. Molte infrastrutture tradizionali continuano a basarsi su modelli centralizzati, che introducono inevitabilmente un single point of failure.
Questo significa che un problema tecnico, un errore operativo o un’interruzione sul nodo principale possono compromettere l’accesso ai dati. Per questo motivo stanno diventando sempre più rilevanti modelli distribuiti e decentralizzati, progettati per garantire maggiore resilienza e continuità del servizio.
È in questo contesto che si inserisce Cubbit, che propone un cloud storage distribuito, cifrato e immutabile, progettato per eliminare i single point of failure e migliorare la disponibilità e la protezione del dato.
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Approfondimento: cosa emerge davvero nella gestione operativa dei backup
Per analizzare il tema da una prospettiva operativa, abbiamo intervistato Luca Babini, NOC Specialist di T-Consulting.
Dal tuo punto di vista, quali sono oggi le criticità più frequenti che emergono nella gestione dei backup aziendali?
Avere la certezza che siano presenti tutte le risorse e soprattutto che il dato sia accessibile sia tecnicamente ma anche da quello pratico. Avere a disposizione il backup di un database corrotto non serve a nessuno.
Quanto è diffusa la convinzione di essere protetti semplicemente perché “il backup esiste”?
Dipende, un’infrastruttura opportunamente sotto backup, replicata e testata può farti dormire sonni tranquilli ma l’incidente è sempre dietro l’angolo e talvolta può colpire anche agenti esterni al nostro controllo.
Quando analizzi infrastrutture e procedure di backup, quali aspetti vengono più spesso trascurati?
Trascurato non è il termine giusto, ma spesso non viene correttamente considerata la possibilità che i job di backup durino più di quanto stimato causando potenziali problemi con l'ambiente di produzione.
Quanto è importante oggi verificare concretamente tempi e modalità di ripristino?
Molto, in alcuni casi quando si va ad eseguire un ripristino è perché prima c’è stato un problema e può capitare che ci siano interi reparti o addirittura intere aziende ferme.
Che vantaggi porta un’architettura distribuita rispetto a un modello tradizionale centralizzato?
I dati salvati in più sedi riducono il rischio di perdita in caso di guasti o attacchi.
Quanto incidono immutabilità e cifratura delle copie nella protezione del dato?
Sono ormai indispensabili per evitarne la compromissione.
Se un’azienda volesse capire concretamente quanto è resiliente oggi il proprio sistema di backup, qual è il modo più efficace per iniziare?
Come prima cosa partirei dallo stilare un disaster recovery plan e da una simulazione di quest'ultimo. Questo è l'unico modo per testare con efficacia la resilienza dei propri backup, ovvero simulando un incidente, effettuando test di recovery e verificando che il piano non presenti criticità.
In secondo luogo, per garantire la resilienza dei propri repository, valuterei l'adozione di storage immutabili, come ad esempio storage S3 con tecnologie di Object Locking e Versioning.
Conclusione
Oggi il backup non è più soltanto una misura tecnica di protezione, ma un elemento centrale per garantire continuità operativa, disponibilità del dato e capacità di ripristino. La presenza di copie non è sufficiente se queste non sono realmente protette, isolate e accessibili nel momento del bisogno. Per questo motivo le aziende stanno adottando approcci sempre più orientati alla resilienza, alla distribuzione del dato e all’eliminazione dei single point of failure.
L’obiettivo non è solo conservare informazioni, ma assicurarsi che restino sempre disponibili anche in scenari critici.
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